L’Albania non si visita con leggerezza. Nel nostro immaginario collettivo il cosiddetto Paese delle Aquile è un luogo lontano, chiuso su sé stesso, arroccato sulle montagne dei Balcani, popolato da contadini e pastori comunisti e musulmani che per fuggire alla miseria più assoluta si trasferiscono in Italia e in Europa centrale dove sopravvivono svolgendo in gran parte loschi affari. E chi resta vive ai margini della modernità in case mai terminate veramente, passa il tempo a fumare, a guardare bionde tettone rifatte sui canali Mediaset italiani, sogna di diventare calciatore e guida vecchie Mercedes puzzolenti che l’Europa abbandona in quelle lontane e sterili contrade. Quanti pregiudizi. Ma pure quanta ignoranza, e un poco di verità…

L’Albania di fatto non è per nulla lontana. Tirana è un’ora e trenta minuti di volo da Malpensa, oppure una notte di traghetto da Bari o Brindisi, o poche ore di battello da Corfù. Salvo sulle numerose bandiere rosse con l’aquila a due teste nera che si trovano ovunque, del maestoso uccello non c’è traccia, se non sulle cime più alte. Il Paese è piccolo, grande ca tre quarti la Svizzera, ed è si montagnoso nelle regioni di Scutari e in quelle sul confine con il Montenegro, il Kosovo o a est verso la Macedonia, ma pure a sud sul Mar Jonio, ma offre pure immensi spazi pianeggianti e collinari, coltivati o selvaggi, e soprattutto una costa lunga 316 km che si affaccia sui mari Adriatico e Jonio.

Sì, dopo il periodo greco e romano, per secoli l’Albania, allora Illiria, è stata una regione lontana dall’Europa occidentale e dai suoi sviluppi. Infatti, sulle sue terre passava il confine fra l’Impero romano d’Occidente e l’Impero bizantino. Poi fu annessa per breve tempo dalla Serbia nel 300 e in seguito occupata dai veneziani. Nonostante la resistenza albanese condotta dall’eroe nazionale Skanderbeg, nel 1479 la regione fu occupata dagli Ottomani, e lo restò fino al 1912, i quali islamizzarono gran parte della società. L’Albania divento così uno degli avanposti occidentali dell’Islam, e l’Occidente gli voltò le spalle. Dopo la proclamazione dell’indipendenza e durante il regno del mitico re Zog, un personaggio che ha certamente ispirato Hergé per delle avventure di Tin Tin, la vicina Italia in cerca di colonie cominciò ad interessarsi all’Albania, e alle sue ricchezze quali il petrolio e l’agricoltura. E mentre a Tirana sorgevano nuovi quartieri monumentali di ispirazione fascista, la capitale distruggeva man mano il suo nucleo storico ottomano. Giacché oggi di quel periodo storico, sparito pure dalle menti e dai libri, restano solo alcune moschee.

Nel 1939 l’Italia di Mussolini invade e occupa l’Albania, poi arrivano i nazisti. Violenti combattimenti mettono a ferro e a fuoco il Paese durante la guerra con la Grecia, mentre la resistenza si batteva contro le forze occupanti. Con la fine della guerra e la presa del potere dei comunisti iniziò un periodo che isolò l’Albania dal mondo intero, Unione Sovietica, Cuba e Cina comprese, fino al 1991. Il regime totalitario, autarchico e paranoico di Hoxah impoverì tutte le fasce della società, la miseria si diffuse ovunque mentre l’Albania si riempiva di bunker capaci di ospitare la popolazione in caso di attacco. Ma nessuno si interessava all’Albania! Durante questo periodo il rifiuto di ogni prodotto non albanese era tale che non si mangiava pesce perché poteva arrivare dal tanto odiato e minaccioso mondo capitalista. E l’isolamento e il lavaggio dei cervelli furono pure tali che al momento dell’apertura delle frontiere la maggior parte della popolazione non solo non sapeva che il muro di Berlino era crollato, ma nemmeno sapeva che ci fosse un muro… E chi fuggiva verso l’Italia sui barconi lo faceva indossando poche cose poiché non avendo nessuna idea della distanza pensava fosse a pochi kilometri. © Fm / 2 maggio 2018

(1 – continua)

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