Chi scopre questa località, una sera d’estate prima del tramonto, arrivando sulla piazza sassosa, con la loggia comunale e la Chiesa, attraverso il passaggio sotto la sagrestia o i viottoli fiancheggiati dai giardini che Hermann Hesse descriveva ricchi di “alberi di fico che s’affacciano sporgendo dai muri color ocra i frutti grassi e pieni”, non può non restare affascinato dai colori: dal cadmio giallo e rosso dei fiori, dal color rosa/arancione predominante nella terra, sulle facciate e sui tetti che, esaltati dal sole, contrastano in modo violento con il denso verde dei boschi di faggi e di castagni circostanti, e con il blu cobalto del cielo.

Per un attimo ci sembra di essere in un villaggio andaluso o siciliano. Eppure no, poiché la vista dall’altipiano in cui si trova Carona, con le sue case signorili con ornamenti, affreschi, sculture e stucchi, spazia su tutto il Lago di Lugano e il suo scintillio metallico, sul ponte diga di Melide, su monti e vette riprodotti in decine di luminosi acquerelli di Hesse. Lontano, già s’intravede la grande pianura padana. E un ripido sentiero dei morti recentemente ripristinato scende al lago al posto di una ormai defunta funivia.

La storia del villaggio risale a tempi antichissimi. Nel 1213 il vescovo di Como Guglielmo della Torre scelse i pendii a sud-ovest di Carona per fondare un monastero. Torello. Oggi resta solo la chiesa, e gente ci vive tuttora. Venendo dal villaggio, lungo un comodo sentiero di terra rossa, dopo la piscina poco lontana dal coloratissimo parco botanico di San Grato, dopo una Chiesa del 600 dedicata ad un miracolo della Madonna e contenente le opere più significative del massimo pittore ticinese del 700, Giuseppe Antonio Petrini, e meta di un pellegrinaggio in settembre, il gitante occasionale scopre i resti di porfido rosso della Chiesa di Torello in una romantica e quasi surreale radura: un luogo magico immerso in un silenzio provenzale interrotto solo dal canto di una cicala. ma purtroppo pure dal brusio del traffico sottostante.

Carona vanta una schiera fittissima d’architetti, scultori, stuccatori e altri maestri comacini che nei secoli scorsi emigrarono nei centri più importanti d’Europa lasciandovi eccezionali testimonianze della loro arte. Mentre vari stili, l’arte e la storia si fondono armoniosamente sulle facciate e attorno alle stradine raccolte e addormentate del nucleo, dove niente è di oggi e niente parla dell’oggi, gli abitanti si ostinano a voler far passare il traffico attraverso il nucleo, apparentemente insensibili all’eredità del passato, fonte del fascino che cattura migliaia di turisti ogni anno. ©. Fm / 3 luglio 2018

Come arrivare: in Autopostale 434 da Lugano, da Paradiso con la Funicolare del Monte San Salvatore fino alla vetta, e poi a piedi passando da Ciona

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