Abbandonate a est le vaste pianure desertiche del Mar Caspio, e lasciata la linea ferroviaria che collega Baku a Mosca, dopo Sabran la strada incontra paesaggi che cambiano velocemente, diventano più verdi: campi di grano, vigneti, pascoli, foreste. A Quba, località azera a pochi km dal Daghestan russo, città poco interessante se non per il suo aspetto ancora assai sovietico, decisamente vintage, la strada, spesso a picco su precipizi senza nessuna protezione, si inerpica velocemente sui primi contrafforti del Caucaso, e si inoltra in vallate a volte più strette delle Gole della Via Mala o del Sempione, dove massi ciclopici minacciano i viandanti, e a volte invece vastissime e brulle, che poco o nulla hanno da invidiare a quelle dell’Asia centrale o del Tibet.

L’impressione di essere in Tibet è spesso presente. Qui solo la geopolitica vuole considerare l’Azerbaijan un Paese europeo.  Di fatto siamo in Asia. Nel bel mezzo della mitica Via della Seta. Ma mano che si sale il paesaggio si fa arido, le vallate si allargano, i declivi diventano più dolci, i colori spaziano dal grigio al rosa, dall’ocra al marrone, mentre lungo fiumi liberi di scorrere in vasti letti, l’erba è di un verde inteso. E la luce brillante rende l’aria ancora più tersa. Mentre sulle cime tracce bianche ricordano che qui la neve non manca mai e isola intere vallate per mesi.

Vallate che sembrano disertate dall’uomo. Quando improvvisamente la cima di una montagna sembra bruciare, ci si accorge che si tratta solo di un enorme branco di pecore che scende a valle coi pastori sollevando grandi polveroni. Pecore, capre e cavalli: animali che sono la ricchezza delle popolazioni locali grazie ai quali producono latte, formaggi saporitissimi e la lana che, una volta venduta al mercato, serve a produrre dei bellissimi tappeti azeri che troviamo poi in vendita a Quba, o esposti al Museo del tappeto di Baku.

Quando a 2’500 metri appare il villaggio di Khinalug la sensazione è davvero quella di essere molto lontani dalle nostre realtà. 380 case di pietra e ciottoli, muri di sterco chiamati tezek che servono come combustibile molto ecologico, piccoli giardini, mucchi di fieno e viuzze dove si mescolano le attività e i resti della vita degli umani e degli animali. Odori che ricordano certi vissuti non così lontani nelle valli ticinesi, da Roncapiano a Sonlerto. Ogni tanto appare un automezzo d’origine sovietica, ancora ben funzionante. Ma pure alcune parabole. Non è povertà, non è miseria. E’ solo la loro vita. La vita di ca 3’000 abitanti dell’etnia Shahdagh, adoratori del fuoco, che parlano un loro specifico linguaggio, la lingua Ketshmits, e che conservano tradizioni e costumi antichi.

Vecchi e vecchie, bambini, donne col grembiule, ragazzotti col cellulare, scolari e notabili locali, tutti molto accoglienti e sorridenti: discendenti della popolazione dell’antica Albania caucasica. Prima dell’Islam il popolo di Khinalug era adoratore del fuoco. A ovest del villaggio si trova il più alto Ateshgah del mondo, letteralmente il “posto dove il fuoco sta bruciando”, ovvero un tempio di fuoco zoroastriano con fiamme naturali. Alcuni nativi dicono che questa terra è legata pure a Noè il quale, avendo visto questo altopiano piatto, ha gettato qui l’ancora dell’Arca. Altri racconti legano il villaggio e la vallata a leggende e miti relativi a terremoti e al diluvio universale anche perché conchiglie e resti fossili di pesci scoperti in questa regione dimostrano che in passato l’area era stata sott’acqua. Non stupisce dunque che Khinalug sia considerato come uno dei siti abitati più antichi al mondo. Un sito bellissimo ma fragile che dovrebbe essere assolutamente preservato dal turismo di massa e dall’inquinamento dovuto ad un consumismo non controllato. Gli indizi non sono per ora molto rassicuranti.© Fm / 12 ottobre 2018

Come arrivare: in aereo fino a Baku, poi in treno fino a Xacmaz e poi auto a noleggio preferibilmente con autista locale.

Una lettura: “Azerbaigian” di Carlo Frappi

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