Gli anni precedenti il 1914 dimostrarono quanto fossero fragili le fondamenta dell’economia ticinese. Il Cantone non riuscì ad uscire dal suo isolamento e lo sviluppo industriale fu bloccato da crisi che atrofizzarono settori quali la cioccolata, i tabacchi, la seta, il granito, e stroncarono l’ottimismo e l’attivismo che caratterizzarono i primi anni del secolo.

Si ritornò a privilegiare la agricoltura, anch’essa in rovina, che sembrava non produrre altro che povertà ed emigrazione. Nel 1924 il Cantone avviò la politica delle rivendicazioni ticinesi, chiedendo l’abolizione di tariffe ferroviarie discriminatici, compensi per le concessioni idroelettriche, sovvenzioni per le bonifiche, aiuti per le strade, sussidi scolastici e contributi per la difesa dell’identità ticinese minacciata da un’invadente presenza tedescofona, ma soprattutto pericolante per la fragilità della sua economia.

Dopo il ‘19 il Ticino visse dunque di riflesso nazionalismi, rivoluzione bolscevica e dittatura fascista. Nonostante una sentimentale fiducia per tutto ciò che è civiltà italiana, il Ticino rifiuta soluzioni estreme, respinge l’irredentismo e il fascismo che, come la Cisalpina, travolgerebbero autonomie locali e singoli poteri. Berna osserva con apprensione le richieste di maggiori contatti con l’Italia e per motivi elettorali anche liberali e conservatori militano per l’elvetizzazione del Ticino dove vi è però esigenza di contatti economici con l’Italia e dove spesso non esiste distinzione fra filofascismo, irredentismo e italianità.

Il Ticino subì le conseguenze di essere stretto fra gli interessi di Berna di non promuovere l’antifascismo per evitare difficoltà con l’estero e il rafforzarsi della sinistra, e il sostegno del Consigliere federale Giuseppe Motta all’imperialismo italiano. Nessuna apertura economica verso l’Italia fu ritenuta possibile e il progetto di Ticino zona franca fu condannato per le sue implicazioni politiche irredentiste. Malgrado la realizzazione di alcune rivendicazioni il Cantone continuò a soffrire della sua posizione volutamente isolata. I difensori dell’italianità e il loro settimanale “l’Adula” si spostarono verso il fascismo e le tesi irredentiste. La questione dell’italianità si velò così di un marchio di ambiguità. Il Ticino si allontanò perciò da ogni possibilità di contatto con l’Italia e si favorì la politica che prevedeva la soluzione della questione ticinese attraverso l’avvicinamento alla Svizzera interna, con conseguenze ancora oggi. © Fm / 18 dicembre 2018