La “Sacra Terra del Ticino” fu rappresentata per la prima volta a Zurigo nel 1939 in occasione dell’Esposizione nazionale. Lo spettacolo rivendicava la dignità e la tradizione dell’anima ticinese portatrice di valori elvetici e italiani, e presentava il mito della civiltà autoctona ticinese. Si trattò di puro nazionalismo cantonale, di un’espressione di un’italianità regionale e autonoma i cui caratteri sono riconducibili ad una civiltà montanara che si esprimeva nelle rustiche virtù.

Dopo le ticinelle apparse a Locarno nel 1925, a difesa etnica e culturale il Ticino continuò a crearsi un immaginario collettivo che si esprimeva nei Cortei della vendemmia di Lugano a partire dal 1932, nelle Feste delle Camelie di Locarno, nelle fiere agricolo-industriali dal 1933, nelle Mostre-mercato cantonali dell’artigianato ticinese dal 1937 e nelle Giornate del costume ticinese. Queste manifestazioni definirono il Ticino rurale e furono una trasfigurazione sacrale della civiltà ticinese, avvenuta nel clima della difesa spirituale. Contribuirono con colpevole accondiscendenza agli interessi del turismo, e la realtà esoticizzata diede del Ticino un’immagine caricaturata e ridicola.

Negli anni ‘20 molti intellettuali denunciarono l’intedeschimento del Ticino e la minaccia di uno squilibrio etnico. Le valli si spopolavano, e mentre il ticinese era professionalmente impreparato, lo sfruttamento delle risorse, delle bellezze e del clima del Cantone venne lasciata agli svizzero tedeschi. Come osservò lo scrittore Hermann Hesse, il Ticino iniziò negli anni ‘30 la svendita di anima e corpo: stava mutando per mero interesse economico e il paesaggio veniva distrutto da corruzione, lottizzazione e speculazione edilizia e diventava una periferia uniforme e anonima, un luogo normale.

Hesse si installò a Montagnola nel 1919 per iniziare una nuova vita dedicata a poesia e pittura, a contatto con una sensibilità sviluppatasi vicino all’incantesimo multicolore del paesaggio meridionale. Dieci anni dopo constatò che il Ticino, così idilliaco, bello e naturale, aveva ceduto il posto alla ricerca dell’utile. Già allora ! Nei suoi testi fustiga l’incombente perdita di armonia causata dalla crescente rincorsa dell’interesse economico. Vedeva e denunciava la lenta e continua scomparsa degli angoli caratteristici, mentre gli indigeni si cullavano nella mera illusione della ticinesità da baraccone e delle immagini folcloriche. Fm / 25 settembre 2018